Massimo Carraro Rete Cowo

Il Coworking è passato di moda (finalmente).

[Dalla newsletter personale del fondatore di Rete Cowo®, Massimo Carraro]

C’è stato un tempo in cui aprire un Coworking era quasi un gesto culturale, quasi un manifesto.

Bastavano una manciata di scrivanie condivise, una parete in mattoni, qualche evento ben raccontato sui social e un pizzico di lessico startup per sentirsi parte di qualcosa di nuovo, di vivo, di diverso.

Era la fase dell’entusiasmo collettivo. Necessaria, spesso genuina, persino bellissima da vivere — e io, che in quel periodo stavo costruendo Rete Cowo® mattone dopo mattone, quella fase l’ho vissuta con tutto il cuore. Come molti di noi.

Tempi che hanno lasciato in noi un segno bellissimo: l’energia di quei momenti, l’adrenalina di quei sogni, la magia di quei primi spazi.

Cose che non si dimenticano (e che ho raccontato nel mio libro, by the way).


Guarda mamma: un settore che si fa adulto!

Ogni settore giovane attraversa un ciclo abbastanza prevedibile: nasce come rottura, cresce come fenomeno, attira attenzione e capitali e narrativa, e poi — inevitabilmente — viene messo alla prova dalla realtà.

Il Coworking non fa eccezione. E chi, come noi di Cowo®, ha costruito con passione e con metodo fin dall’inizio, sa bene cosa significa attraversare quella prova restando in piedi.

La selezione è in corso. Non avviene in modo crudele, ma in modo naturale — come succede in tutti i mercati che crescono e poi si consolidano. La moda si è ritirata. Sta emergendo la sostanza.

E qui sta il punto interessante — e anche un po’ amaro da dire: non tutta la crescita degli ultimi anni è stata crescita virtuosa.

Accanto agli spazi nati dalla passione, dal territorio, da una visione autentica del lavoro e delle persone, ne sono arrivati altri costruiti principalmente su fogli Excel.

Spazi progettati a tavolino, ottimizzati sui numeri, privi di quella cosa difficile da definire ma facilissima da sentire appena entri: l’anima.

Posti dove si va a lavorare, sì, ma dove non succede nient’altro. Dove non nasce nulla.

Ecco cosa ha portato, tra le altre cose, questa fase di maturazione: la differenza tra chi ha costruito e chi ha investito. Non è la stessa cosa. Non è mai stata la stessa cosa.


Il mondo è cambiato. Il Coworking anche

Nel frattempo, il mondo del lavoro è cambiato profondamente — e non solo per colpa del Covid, che ha accelerato dinamiche che erano già in moto da tempo.

Lo smart working non è più una sperimentazione coraggiosa o un benefit per i dipendenti più giovani: è diventato una componente strutturale dell’organizzazione aziendale.

Le imprese ragionano sempre di più in termini di sedi distribuite, flessibilità contrattuale, riduzione dei costi fissi.

I professionisti, da parte loro, non cercano più semplicemente un posto “piacevole” e “creativo” dove lavorare: cercano un contesto affidabile, efficiente, stabile nel tempo — un posto su cui poter contare davvero.

In questo scenario, il Coworking non deve più spiegare cosa non è.

Non deve più definirsi per differenza rispetto all’ufficio tradizionale, come facevamo agli inizi quando la prima domanda era sempre

“Ma cos’è, esattamente, sto Coworking?”

Con le dovute differenze tra territorio e territorio, nel 2026 il Coworking sta diventando qualcos’altro, qualcosa di più solido: un’infrastruttura leggera del lavoro contemporaneo.

E quando qualcosa diventa infrastruttura — come la rete stradale, come l’elettricità, come internet — smette automaticamente di essere una moda, e diventa semplicemente necessario.

Questo passaggio, per me, è il più importante di tutti.


La pulizia che fa bene

Restano — e crescono — gli spazi che hanno capito che il Coworking non è un format creativo da Instagram, ma un sistema organizzativo che risponde a bisogni reali.

Quelli che non vendono scrivanie, ma soluzioni. Quelli che non puntano solo sulla “community” come valore astratto e un po’ fumoso, ma sulla capacità concreta di rispondere alle esigenze di aziende e professionisti che hanno poco tempo e alte aspettative.

Quelli, insomma, che ci credevano davvero — e si vede.

Perché non basta l’estetica dello spazio, non basta nemmeno la narrazione — per quanto bella. Servono modelli economici sostenibili, numeri chiari, marketing continuo, posizionamento preciso, capacità di tenere nel tempo. Serve esperienza. Serve visione. Serve, in una parola, maturità.

Ed è esattamente la stagione in cui siamo entrati.


E adesso?

Il prossimo decennio sarà ancora più interessante di quello che abbiamo già vissuto, e lo dico con la stessa convinzione con cui nel 2008 dicevo che il Coworking avrebbe cambiato il modo di lavorare in Italia — quando in pochi ci credevano davvero.

Il Coworking si sta trasformando in hub territoriale per imprese nazionali, in presidio locale per team distribuiti, in piattaforma per eventi e formazione, in nodo di una rete più ampia che collega persone, competenze e territori.

Non è più solo un luogo fisico dove andare a lavorare: è un elemento strutturale di un ecosistema del lavoro che cambia forma ogni anno.

Chi capisce che siamo entrati nella stagione della maturità può costruire qualcosa che dura, qualcosa che conta davvero.

Non conta più tanto essere nuovi, conta essere necessari.

Il futuro del Coworking, amici miei, non è romantico. È strategico. Ed è appena cominciato.

E io, dopo diciassette anni, anzi diciotto, mi sento esattamente nel posto giusto al momento giusto.

Buon Coworking e buona fortuna 🍀

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