Coworking Community? I casi sono due (uno dei due è un pacco).
C’è un’espressione, nel nostro piccolo mondo, che faccio fatica a leggere senza provare un certo, istintivo riflesso di rigetto.
Quell’espressione è:
“Coworking Community”.

Lo so: detta da uno che da anni sostiene che il Coworking non sia semplicemente affitto di scrivanie può sembrare quasi una contraddizione.
Non lo è.
Continuo a pensare che uno dei grandi valori di un buon Coworking siano proprio le persone, le relazioni, le occasioni di incontro, quel particolare tipo di socialità professionale che difficilmente si crea lavorando da soli in casa o dentro un ufficio tradizionale.
Il problema è un altro.
È che ormai “Coworking Community” lo dicono tutti, sempre, ovunque.
E quando una cosa viene ripetuta ovunque, senza quasi più preoccuparsi di dimostrarla, comincia inevitabilmente a perdere significato.
Dichiarare una community non crea una community
Apri il sito di uno spazio Coworking e trovi la community.
Vai su LinkedIn e trovi la community.
Leggi la brochure e naturalmente c’è la community.
Magari lo spazio è appena nato, dentro ci lavorano tre gatti che non si sono mai rivolti la parola, non è mai stata organizzata una minima occasione di incontro e nessuno sa nemmeno chi c’è nell’ufficio accanto.
Però:
“Entra nella nostra community.”
Ecco, forse no.
Una community non nasce perché lo scriviamo sul sito, non nasce se pubblichiamo una foto di due tizi che ridono con un caffè in mano… ci siamo capiti.
Nasce se succede qualcosa tra le persone.
La community è una conseguenza, non un servizio
Credo che qui ci sia uno degli equivoci più frequenti.
La community viene spesso presentata come se fosse una delle dotazioni dello spazio:
“wifi veloce, sala meeting, stampante, caffè, community.”
Ma non funziona così.
La community non si installa, non si compra e soprattutto non può essere garantita.
Si possono invece creare le condizioni perché nascano relazioni professionali positive. Si possono conoscere le persone che lavorano che lavorano all’interno dello spazio, fare delle presentazioni, creare delle occasioni di incontro.
Più semplicemente, si può prestare attenzione a chi entra, a cosa fa, a ciò di cui potrebbe avere bisogno, costruendo nel tempo un clima di fiducia.
A volte da tutto questo nasce una collaborazione.
A volte un consiglio.
A volte un cliente.
A volte semplicemente il piacere di lavorare in un posto dove ci si saluta per nome.
Questa, per me, è la parte interessante.
Meno “community”, più persone
Più sento uno spazio insistere sul fatto di avere una straordinaria community, più tendo a diventare sospettoso.
Perché se c’è davvero una community, non serve dichiararla continuamente, ossessivamente, serve raccontare cosa succede.
Raccontami di due coworker che hanno iniziato a lavorare insieme.
Di qualcuno che ha trovato un’opportunità grazie a Cowo®.
Di una freelance che, nel tempo, ha trovato il modo di collaborare con tutte le persone del Coworking.
Raccontami quel pranzo improvvisato, quella competenza condivisa, quella conversazione che ha fatto nascere qualcosa.
Raccontami una qualsiasi di quelle piccole cose che definiscono un rapporto, una relazione.
Fammi vedere, toccare, vivere la community. Non limitarti a dichiararla.
Anzi: perché non smettere proprio di dichiararla?
Perché, tanto, i casi sono due:
- o c’è davvero, e allora è bello scoprirla
- oppure non c’è, e quindi è meglio lasciar perdere
La qualità delle relazioni è un fattore fondamentale per il successo di uno spazio Coworking e per la soddisfazione di chi ci lavora: per questo motivo è una parte importante della proposta di valore di uno spazio.
È a questo, e non altro, che si dovrebbero riferire le parole “Coworking Community”… non riduciamole a uno slogan vuoto e un po’ stucchevole!
Buon Coworking e buona fortuna 🍀
Max
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